giovedì 12 giugno 2014

STOP CORRUZIONE VENETA


Manifesto contro la corruzione, per i beni comuni e la democrazia
MANIFESTO
CONTRO LA CORRUZIONE, PER I BENI COMUNI E LA DEMOCRAZIA

La corruzione è un sistema che crea ingiustizia, dilapida risorse pubbliche e devasta l’ambiente.
Il sistema della corruzione ha prodotto alcune scelte – in primis le grandi opere – inutili per la collettività e utili a distribuire risorse tra il ristretto giro dei soliti noti.
E’ ora di voltare pagina.
Dall’indignazione occorre passare alla consapevolezza e alla richiesta di scelte precise.
A partire dagli enti locali e dalla Regione devono essere presi netti provvedimenti perché i luoghi delle decisioni sui beni comuni divengano effettivamente case di vetro e che i cittadini possano partecipare alle scelte.
Solo dalla concretezza delle scelte – e non certo dalla retorica dei proclami, che arrivano sempre dopo – misureremo la reale volontà di questa classe politica di disarmare le cricche, le logge e i clan che in questi lunghi anni hanno privatizzato le scelte politiche.

  • Piena implementazione delle misure di prevenzione e repressione della corruzione contenute nella legge 190/2012 e nei decreti attuativi, al fine di rafforzare i meccanismi di imparzialità degli amministratori e dei dirigenti eliminando situazioni di conflitto di interesse e predisponendo norme – come quelle previste dalla Carta di Pisa (più stringenti di quelle previste dall’attuale normativa) – sull’inconferibilità e l’incompatibilità di incarichi, escludendo dai vertici politici ed amministrativi soggetti condannati per reati contro la PA e per reati satellite (finanziari, ambientali e urbanistici) anche se con sentenza non ancora passata in giudicato ed anche se il reato viene dichiarato prescritto, dando piena pubblicità nei siti web istituzionali alle procedure di verifica delle situazioni di inconferibilità, incompatibilità e di conflitto di interessi.
  • Revoca della concessione e scioglimento del Consorzio Venezia Nuova.
  • Introduzione nella contrattazione integrativa Regioni – Autonomie locali di norme concrete a tutela dei dipendenti che segnalano episodi sospetti di malaffare.
  • Assoluta esclusione delle procedure straordinarie per quanto riguarda le grandi opere pubbliche (con il ricorso alle ordinanze di protezione civile, come nel caso del Passante o della Pedemontana Veneta), e seria limitazione per lavori in «somma urgenza» (art. 147, D.P.R. n. 554/1999) che in questi anni, in particolare per quanto riguarda le opere fluviali hanno generato costi senza controllo. Parliamo di procedure che, come denunciato dalla Corte dei Conti, hanno provocato una «mutazione – per così dire “genetica” – delle ordinanze di protezione civile [...], provocando una marginalizzazione dei procedimenti di affidamento normativamente previsti [codice dei contratti] e l’esclusione degli organi di controllo come la Corte dei Conti o l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici». Ricordiamo anche, a questo proposito, che l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici nel 2009 sottolineava: «Si rappresenta il timore che il sistematico ricorso a provvedimenti di natura emergenziale, celando l’assenza di adeguate strategie di intervento per la soluzione radicale del problema, si risolva in una sistematica ed allarmante disapplicazione delle norme del codice degli appalti».
  • Moratoria a livello regionale delle opere in project financing finché non verranno rivisti totalmente i meccanismi intrinseci che si sono rivelati criminogeni, tra cui il sistema di finanziamento e verificata l’utilità pubblica.
  • Predisposizione di strumenti sensati di programmazione nei settori più delicati [cave, energia, paesaggio, rifiuti speciali...] che contengano gli indirizzi, gli obiettivi strategici, le indicazioni concrete, gli strumenti disponibili, i riferimenti legislativi e normativi, le opportunità finanziarie, i vincoli, gli obblighi e i diritti per i soggetti economici operatori di settore e per i cittadini. È indispensabile che il Consiglio Regionale affronti questa questione in modo chiaro e trasparente, definisca le priorità infrastrutturali, la pianificazione territoriale in accordo con le amministrazioni locali regionali e le parti sociali, selezionando i bisogni reali. Con moratoria del rilascio dei titoli autorizzatori nei settori più esposti al rischio di corruzione (cave, impianti di energia, rifiuti speciali) sino all’approvazione degli strumenti di pianificazione.
  • Revisione delle norme in materia urbanistica che prevedono pratiche di urbanistica contrattata nel governo del territorio, introducendo meccanismi di ampia informazione e partecipazione pubblica, nonché di attenta verifica della proporzionalità del “do ut des” tra soggetto privato e pubblica amministrazione (come indicato nelle conclusioni della Commissione ministeriale sulla prevenzione della corruzione, ma ad oggi non attuato) e contestuale snellimento delle procedure di pianificazione.
  • Disboscamento della giungla di società partecipate della Regione che hanno avuto un ruolo rilevante, da quello che apprendiamo dai risultati dell’inchiesta in corso, come «bancomat» – senza controlli pubblici ma utilizzando denaro di tutti noi – delle società «cartiere» coinvolte.
  • Avvio delle procedure di partecipazione del pubblico vincolanti, incisive e reali sui destini territoriali, a partire dall’introduzione degli istituti di inchiesta pubblica e dibattito pubblico nelle procedure di approvazione delle grandi opere e degli strumenti di urbanistica contrattata (secondo il modello già indicato della Commissione ministeriale sulla prevenzione della corruzione, ad oggi inattuato).
  • Rendere obbligatori nella procedura decisionale pubblici confronti tra esperti di diverso orientamento sulla efficacia, sostenibilità e opportunità delle opere in programma.
  • Realizzazione di una valutazione economica d’impatto che consideri oltre ai costi e ai benefici monetari diretti anche i costi e i benefici sociali, che derivano come conseguenza dalla realizzazione dell’opera nei confronti dell’ambiente e della collettività.
  • Stroncare la lievitazione dei costi con l’attivazione di precisi strumenti di controllo e trasparenza.
  • Scioglimento della Commissione regionale Via e della Commissione regionale Vas, revisione della legge regionale istitutiva della Via anche alla luce della nuova direttiva UE, assicurando adeguate garanzie di indipendenza dei commissari dalle maggioranze politiche e dai soggetti privati o pubblici proponenti l’opera o competenti per l’approvazione della stessa.
  • Istituire accordi e protocolli d’intesa, in particolare da parte della Regione, con le forze di polizia per avviare collaborazioni e potenziarne l’operatività.
  • Istituire anagrafe patrimoniale dei soggetti del vertice politico e amministrativo di Regione e Comuni capoluogo.


La casa a energia quasi zero.


Come ben saprete con la direttiva europea 2010/31/UE e con essa il Dl. 63/2013 dal 31 dicembre 2018, le strutture occupate o di proprietà di pubbliche amministrazioni, comprese le scuole,  dovranno essere ad “Energia Quasi Zero” ovvero rispondenti a precisi canoni costruttivi all’avanguardia, rispondenti alla direttiva europea 2012/27/UE.
Dal 1 gennaio 2021 anche tutti i nuovi edifici privati dovranno essere "edifici ad energia quasi zero".
Per capire meglio di cosa si tratta diciamo che una abitazione "a norma" realizzata oggi, nel 2014, ha un consumo, sulla carta, di 90 kwh/mq anno. La stessa abitazione, ad "energia quasi zero" realizzata nel 2021, ha un consumo inferiore ai 15 kwh/ mq anno, ossia 6 (sei) volte meno.
E' come dire che se compro un'auto oggi fa 15 km con un litro di carburante. La stessa auto, acquistata tra 7 anni, farà 90 km con un litro!!!
Se nel mondo dell'auto simili prestazioni sono soltanto nel mondo dei sogni e dei proclami pubblicitari, nel campo dell'edilizia residenziale, invece si possono già oggi vedere e toccare con mano edifici realizzati secondo questi standard.
Ed uno di questi è vicino a casa nostra (a dire il vero sono due, perchè si tratta di una bifamiliare). Si trova a Porto Viro (Rovigo), in via Matteotti. E' stato realizzato da una cordata di imprese locali: Zennaro Legnami, Costruzioni Edilferro e Tumiatti Impianti, ed è un edificio cosidetto passivo, ossia un edificio che ha una bassissima necessità di energia ed offre un livello di confort molto elevato, conforme allo strandard PHI Italia (Passiv House Institute Italia, l'ente che studia e certifica il raggiungimento degli standard imposti dalla committenza).
Questo progetto, di cui ne hanno parlato anche i giornali locali, è estremamente interessante perchè realizzato da imprese locali con maestranze locali, è certificato per funzionare bene nel nostro clima caldo afoso d'estate, non troppo freddo ed umido d'inverno, è monitorato anche dall'Università di Padova ed ha ottenuto dei finanziamenti europei per essere sviluppato.
C'è la possibilità di visitare questo edificio, probabilmente venerdì 27 giugno alle ore 17.00 (data da confermare). Magari dopo ci può stare anche una pizza in compagnia...
Sarebbe inoltre interessante che affrontassimo assieme l'argomento per andare in cantiere abbastanza preparati.

Anche se non siamo direttamente interessati a costruirci una nuova casa nell'immediato, possiamo fare un piccolo balzo nel futuro e raccontarlo ad amici e parenti, che magari un giorno ci ringrazieranno per avergli messo una pulce nell'orecchio. E magari ci ringrazierà anche l'ambiente.
Ermes Bolzon - Circolo Legambiente Delta del Po- Adria



venerdì 6 giugno 2014

Anche fuori dalla terra è ambiente.

L’universo come scenario della rivelazione divina.
Le implicazioni spirituali della fisica quantistica
DOC-2623. QUITO-ADISTA. Se aveva ragione Tommaso d’Aquino ad affermare che l’errore sulle cose del mondo può portare all’errore sulle cose di Dio, un’adeguata comprensione della natura dell’universo si rivela essenziale per giungere a una più corretta immagine divina. In questo risiede la straordinaria importanza del libro Quantum Theology del religioso irlandese Diarmuid O’Murchu (v. Adista Documenti n. 39/13), vera pietra miliare nel cammino di riflessione teologica più aperto alle nuove acquisizioni scientifiche (quel percorso in ascolto del nuovo racconto sacro trasmesso dalla scienza a cui possono essere ricondotti a vario titolo, e con diversi gradi di coinvolgimento, teologi come Thomas Berry, Leonardo Boff, Frei Betto, Matthew Fox, Roger Haight, John Haught, Elizabeth Johnson, Sallie McFague, José María Vigil, per citare solo alcuni dei nomi che hanno trovato maggiormente spazio su Adista: tra i numerosissimi interventi ospitati sulla materia, v. Adista Documenti nn. 26/09, 29/10, 30/12 e 5/13). Pubblicato già nel 1997 e ristampato, in una nuova edizione rivista e aggiornata, nel 2004 (con il sottotitolo The Spiritual Implications of the New Physics), il libro di O’Murchu è uscito ora anche in spagnolo (Teología cuántica. Implicaciones espirituales de la nueva física), edito da Abya Yala, Quito, nella collana Tiempo axial (http://tiempoaxial.org), la quale, presentando l’opera, pone l’accento su quello che appare come il principale merito dell’autore: quello di aver mostrato come la fisica quantistica trasformi radicalmente la visione dei nostri antenati, rompendo «le regole della logica tradizionale incontrovertibile con cui abbiamo sempre funzionato e ancora funzioniamo» e obbligandoci a riformulare tutte le nostre categorie, «che ora non hanno più senso e non rispondono alle conoscenze attuali». Si tratta di una rivoluzione scientifica che «comporta ed esige» il superamento dei vecchi paradigmi e «la creazione di un racconto interamente nuovo», di cui la fisica quantistica appare «il simbolo più emblematico»: una visione della realtà «talmente attraente per la teologia che – secondo le parole di Sallie McFague citate proprio in apertura del libro – saremmo ottusi se non ne approfittassimo». La visione, spiega O’Murchu, di un universo in cui il tutto è più grande della somma delle sue parti (e, «misteriosamente», il tutto è contenuto in ogni parte), un universo vivo i cui elementi, anziché stabili, isolati e indipendenti gli uni dagli altri come nel modello meccanicistico newtoniano, sono tutti collegati e interrelazionati, di modo che «non sono le specie individuali che evolvono, ma tutti i sistemi viventi connessi in maniera interdipendente, nel seno di una totalità coerente». Una realtà che non è più retta da una rigida relazione di causa ed effetto, in cui tutto può essere quantificato, misurato e verificato oggettivamente, ma che è sempre più grande della nostra capacità di coglierla: «In un universo quantistico - scrive O’Murchu - nulla è prevedibile, ed è aberrante l’idea che la vita sia in qualche modo determinata». 
È su questa visione che poggia la teologia quantistica di O’Murchu, decisa a demolire ogni dualismo, «nella convinzione che la vita è fondamentalmente una, che non c’è un fuori e un dentro», che l’energia divina che rende possibili tutte le cose e le mantiene in essere è dentro e non fuori dal cosmo, operando «come una vibrazione dal finale aperto», piena di sorprese e imprevedibile (come evidenzia la teologia processuale, «nello stesso dispiegarsi dell’universo, Dio anche si dispiega. La creatività di Dio si manifesta o si rivela primariamente nel processo della creazione stessa»). E in contrasto con la teologia tradizionale, che, nel tentativo di definire la natura divina, ha molte volte prodotto un’idea di Dio spesso costruita «a immagine e somiglianza dell’essere umano», la teologia quantistica rinuncia a confinare il potere divino entro categorie religiose, ritenendo che «tutte le storie delle religioni particolari appartengono a una storia più grande che include, ma allo stesso tempo trascende, le tradizioni religiose di qualunque epoca storica o culturale».
Quanto a noi umani, non siamo, afferma il religioso irlandese, «i padroni del mondo» e neppure «la specie definitiva», ma apparteniamo a un processo più grande che ci supera, che si dispiega ininterrottamente e che «può continuare ad esistere senza di noi». Poiché l’energia dell’amore, che non conosce limiti, «genera sempre forme di vita superiori e più complesse», «dal calvario dell’homo sapiens» emergerebbe con ogni probabilità un essere umano nuovo, con doti intellettuali, psichiche e spirituali più consone alla nuova era evolutiva: «Non sarebbe la prima volta nella storia dell’universo – esclama O’ Murchu – che la morte desse luogo alla resurrezione!». 
In ogni caso, se la nostra tendenza a considerare il cosmo come un oggetto da conquistare e controllare ci ha alienato «non solo dal cosmo, ma anche da noi stessi come creature relazionali», allora «l’unica e più urgente sfida del nostro tempo è abbandonare il nostro atteggiamento ostile e arrogante nei confronti dell’universo e della Terra e imparare ad essere amici della vita universale», e, in particolare, amici della Terra, non più vista come una massa di materia inerte e morta, ma come un organismo vivente, Gaia, un sistema che si auto-crea, si auto-regola e si auto-rigenera: come «soggetti in relazione con altri soggetti», conclude O’Murchu, siamo invitati, insieme a tutte le altre creature ad assolvere il nostro compito co-creativo nel progetto divino per il mondo, nella certezza che la vita sia «inevitabilmente destinata al trionfo ultimo del bene e non alla catastrofe definitiva prevista dalla seconda legge della termodinamica».
Di seguito, in una nostra traduzione dallo spagnolo, alcuni stralci tratti dal settimo e dall’ottavo capitolo (il libro di O’Murchu può essere richiesto a: ventas@abyayala.org, oppure acquistato in internet sul sito www.abyayala.org). (claudia fanti) 

Adista Società Cooperativa a Responsabilità Limitata - via Acciaioli 7, 00186 Roma - P.I. 02139891002 - Iscrizione ROC N. 6977


TANGENTOPOLI IN LAGUNA: VACILLA IL «SISTEMA» VENETO


Comunicato stampa | Tangentopoli in Laguna

Legambiente Veneto
Venezia, 4 giugno 2014                                                         Comunicato Stampa


                                                                


Un «sapiente» governo delle risorse che non scontenta nessuno e che si svolge al riparo dalla concorrenza e dalla trasparenza.
 
I caratteri distintivi di questo sistema già denunciati dall’Osservatorio Ambiente e Legalità di Venezia

Ecco a voi il Sistema. Non abbiamo letto le carte dell'inchiesta. Sappiamo che tutti gli inquisiti, compresi gli arrestati, sono innocenti fino a prova contraria.Ma possiamo lo stesso descrivere alcuni degli elementi costitutivi di questo Sistema e pure fornire qualche indicazione per uscirne. Maghi? No, semplicemente insieme a nutrite minoranze di questi territori in questi anni abbiamo studiato, analizzato, denunciato e descritto quello che stava succedendo. Un Sistema, ecco cos'era. Alimentato da soldi pubblici per opere dall'utilità incerta e dal certo, e immenso, impatto ambientale.
Un «sapiente» governo delle risorse che non scontenta nessuno e che si svolge al riparo dalla concorrenza e dalla trasparenza. E così sono sopravvissuti – procedura speciale dopo procedura speciale – pezzi importanti dell'imprenditoria veneta e le loro proiezioni politiche.
Una regolazione sistematica delle opere pubbliche che ha dato vita a circuiti chiusi dell'economia locale, accessibili esclusivamente da parte di alcune imprese in possesso dei requisiti economici e del capitale sociale necessario. In un'intervista di un paio di anni fa rilasciata a un giornale locale, un imprenditore veneziano dichiarava che sarebbe stato disposto a corrompere qualcuno pur di salvare l'impresa in difficoltà ma che non sapeva a chi rivolgersi visto che i circuiti corruttivi rimanevano ermeticamente chiusi e accessibili solo a una élite imprenditoriale. Si tratta di un meccanismo di «compattamento delle reti a fronte della crescente incertezza dei mercati». Un compattamento nel quale è difficile «discernere l'attività di malaffare» e in cui si riduce la qualità, ma non la consistenza, del capitale sociale in circolazione. Ma il problema non si ferma certo alle porte della laguna. Ad osservare sistematicamente quello che accade, e che emerge, in tutta la regione – ed è quello che ha fatto in questi due anni di attività l'Osservatorio  Ambiente e Legalità di Legambiente Veneto, non a caso voluto ed avviato proprio a Venezia – emergono alcuni caratteri distintivi di questo sistema:
  • L’opacità del sistema burocratico e decisionale – specie nel settore ambientale, urbanistico-edilizio e delle opere pubbliche – che ha permesso dapprima la realizzazione di grandi speculazioni edilizie e in seguito l’instaurarsi di una costante “contrattazione” tra soggetto pubblico e privato non sempre avvenuta all’insegna della legalità e dell’interesse pubblico. In questo contesto il sistema corruttivo, coinvolgendo diversi livelli di comando, assume un ruolo chiave, poiché funziona come dispositivo in grado oliare gli ingranaggi del sistema pubblico e di allentare la sorveglianza delle istituzioni aggirando il sistema di regole, percepito non come istanza a tutela ma come ostacolo al libero dispiegarsi dell’attività economica. Questa sorta di “modello Veneto” è caratterizzato da una spiccata nebulosità, in particolare per quanto riguarda i percorsi di approvazione e costruzione delle grandi opere pubbliche e private, e presenta alcuni tratti distintivi come ad esempio l’ampio ricorso all’istituto del project financing nei meccanismi di appalto e di finanziamento o ancora la frequente applicazione di procedure in deroga alla legislazione vigente, volte ad accelerare i tempi di approvazione e realizzazione dei progetti ma spesso adottate invocando impropriamente lo stato d’emergenza (com’è avvenuto per la Superstrada Pedemontana Veneta e per il Passante di Mestre) o del concessionario unico come a Venezia grazie alla legge speciale per cui i lavori del Mose vengono affidati, senza gare d'appalto, alle ditte legate al Consorzio Venezia Nuova.
  • Attorno ai meccanismi finanziari ed ai dispositivi di legge che li regolano, emerge poi una concentrazione abnorme e anomala di poteri nell’apparato amministrativo-burocratico regionale, che ha generato talvolta palesi situazioni di conflitto di interessi e di compatibilità di incarichi, portando parallelamente alla subordinazione di organi di alta consulenza tecnico-scientifica al potere politico, come abbiamo documentato nel caso della commissione VIA regionale, infarcita di politici e di professionisti interessati alle stesse opere che avrebbero dovuto analizzare.
  • Un carente ricorso agli strumenti di informazione e partecipazione, con il risultato di incrementare il senso di impotenza, il distacco e il grado di sfiducia dei cittadini nei confronti dei partiti e della Pubblica Amministrazione.
Così, in presenza di una legalità debole e di poteri molto forti, sembra essere progressivamente venuta meno la tutela di un interesse collettivo superiore: i meccanismi corruttivi influenzano le politiche pubbliche e le scelte infrastrutturali al punto che «in caso di opzioni alternative, come nel caso del Passante, si è sempre optato per la scelta più impattante dal punto di vista ambientale e a più alto costo e margini di remunerazione più alti» con sperpero di territori e risorse pubbliche a fini privati, a scapito di un sistema che garantisca trasparenza e presenza di una pluralità di attori, incidendo quindi sulla salubrità di aziende che investono in sviluppo, e a detrimento dell’ambiente e di uno sviluppo locale diffuso e equilibrato.
L’asservimento della funzione pubblica agli interessi del privato corruttore ha portato allo spreco di risorse già di per sé scarse e al deturpamento permanente del territorio.
“A fronte di interessi privati forti c’è bisogno di misure chiare – dichiara Luigi Lazzaro - e se questo è il contesto ci sono molti fronti su cui si può intervenire, a cominciare dalle procedure di pianificazione e appalto per renderle meno aggredibili da pratiche corruttive, contrastando pratiche decisionali poco trasparenti, che allungano l’iter e producono incertezza”. “Legambiente e l’Osservatorio Ambiente e Legalità – prosegue Lazzaro - ha da tempo elaborato e presentato pubblicamente il documentoSi scrive lotta alla corruzione si legge democrazia e difesa dei beni comuni che contiene posizioni e proposte concrete per contrastare la corruzione e fermare i crimini contro l’ambiente”. Di seguito rilanciamo i punti principali:
1) Piena implementazione delle misure di prevenzione e repressione della corruzione nella contenute nella legge 190/2012, al fine di rafforzare i meccanismi di imparzialità degli amministratori eliminando situazioni di conflitto di interesse e predisponendo norme sull’inconferibilità e l’incompatibilità di incarichi.

2) Buone opere, basta con le grandi opere. Le società interessate hanno sempre nuove grandi opere in cassetto da proporre al sistema. Le grandi opere sono tutte prioritarie ed indispensabili? La contraddizione scoppiata tra Valdastico Nord e Valsugana è il paradigma di questa confusione infrastrutturale. E’ possibile che alla nostra Regione serva qualche grande opera in meno e al suo posto un migliaio di piccole buone opere che favoriscano invece la competizione e la risoluzione dei tanti punti critici della mobilità di merci e persone. Occorre una moratoria su tutte le opere in project financing finché non verrà rivisto il sistema di finanziamento e verificata l'utilità pubblica. 

3) Chiudere con la stagione dell'emergenza e delle procedure straordinarie nella conduzione delle opere pubbliche [Pedemonata Veneta, Valsugana, Tav in primis]. Procedure che, come denunciato dalla Corte dei Conti, hanno provocato una «mutazione – per così dire “genetica” - delle ordinanze di protezione civile [...], provocando una marginalizzazione dei procedimenti di affidamento normativamente previsti [codice dei contratti] e l’esclusione degli organi di controllo come la Corte dei Conti o l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici». Ricordiamo anche, a questo proposito, che l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici nel 2009 sottolineava: «Si rappresenta il timore che il sistematico ricorso a provvedimenti di natura emergenziale, celando l’assenza di adeguate strategie di intervento per la soluzione radicale del problema, si risolva in una sistematica ed allarmante disapplicazione delle norme del codice degli appalti».

4) Predisporre strumenti sensati di programmazione [cave, energia, paesaggio, rifiuti speciali...].che contengano gli indirizzi, gli obiettivi strategici, le indicazioni concrete, gli strumenti disponibili, i riferimenti legislativi e normativi, le opportunità finanziarie, i vincoli, gli obblighi e i diritti per i soggetti economici operatori di settore, per i cittadini. Sarebbe indispensabile che il Consiglio Regionale affronti  questa questione in modo chiaro e trasparente, definisca le priorità infrastrutturali, la pianificazione territoriale in accordo con le amministrazioni locali regionali e le parti sociali, selezioni i bisogni reali.

5) Non solo strade. Il ritardo infrastrutturale della nostra Regione, rispetto alle altre regioni italiane e europee, è necessario sia colmato. L’attenzione della politica regionale non può essere unicamente rivolta alle strade a pagamento. Occorre investire in maniera decisa sulla ferrovia (potenziamento della rete, apertura nuove linee ferroviarie, avvio di società regionali opportunamente finanziate, sostegno logistico al trasporto cargo, deciso sviluppo della intermodalità): una scelta che darà meno occasioni di affari ai soliti noti, ma riduce il consumo di territorio per nuove strade e migliora le condizioni di vivibilità delle persone.

6) Stroncare la lievitazione dei costi con l'attivazione di precisi strumenti di controllo di controllo e trasparenza. Uno studio dalla banca Intesa San Paolo del 2008 ci dice che in Spagna un chilometro di autostrada costa 14,6 milioni di euro mentre in Italia costa 32 milioni di euro. Dispiacerà ad Impregilo o Mantovani, ma risparmieremo tutti noi.

7) Avviare procedure di partecipazione vincolanti, incisive e reali sui destini territoriali. A fronte di una crescente domanda di giustizia, di partecipazione e di inclusione è necessario investire da un lato nella formazione di tecnici competenti e nella promozione della cultura della legalità e della responsabilità, e dall’altro lato individuare processi decisionali più inclusivi, implementando processi di attivazione sociale.
8) Disboscare la giungla di società partecipate della Regione che hanno avuto un ruolo rilevante, da quello che apprendiamo dai risultati dell'inchiesta in corso, come «bancomat» - senza controlli pubblici ma utilizzando denaro di tutti noi - delle società «cartiere» coinvolte nell'inchiesta

La corruzione può sembrare infatti, agli occhi di alcuni, un “reato pulito” e senza vittime; ma essa si fonda sul presupposto e sulla convinzione che ciò che è degli altri, ciò che è pubblico, possa essere privatizzato per favorire interessi particolari. «Se pensiamo che la società non esista […] ma esistano solo individui in competizione, la corruzione non danneggia nessuno: si tratta di una semplice transazione per cui entrambi i contraenti ne traggono beneficio – scrive Gianni Belloni, coordinatore dell’Osservatorio Ambiente e Legalità – Se pensiamo alla società – e all’ambiente – come un sistema complesso di cui tutti siamo parte scopriamo che la corruzione è un reato sporco – anzi, uno “sporco reato” che genera ingiustizia. La corruzione risulta onnipresente quando si tratta di predare le risorse e i beni comuni. La corruzione pilota le decisioni riguardo alle risorse pubbliche verso la privatizzazione e il saccheggio: una delle prime vittime della corruzione è proprio l’ambiente». 
Luigi Lazzaro, presidente Legambiente Veneto
Gianni Belloni, coordinatore Osservatorio Ambiente e Legalità - Venezia  Osservatorio Ambiente e Legalità Venezia è un progetto di Legambiente Veneto sostenuto da Assessorato all’ambiente e città sostenibile del Comune di Venezia (delibera n°644/2011)
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domenica 1 giugno 2014

Legambiente Veneto su estrazioni in Adriatico


Rovigo, 23 maggio 2014                                                              Comunicato Stampa

Folli le prese di posizione pro-trivellazioni
Il Governo fermi in sede europea la scellerata politica di sfruttamento croata
Legambiente Veneto: “il Ministro dello Sviluppo Economico e Confindustria vogliono svendere il futuro della costa adriatica per un pugno di taniche”
"Bene  Zaia, ma ora tutta la giunta Regionale resista alle spinte della parte più miope e retriva dell'industria veneta e si esprima ufficialmente"

22 milioni di tonnellate di petrolio sarebbero custodite sotto il mare italiano secondo le stime. Cioè 1/3 dei 63 milioni di barili consumati dall’Italia nel 2013. Quindi petrolio sotto il mare per 4 mesi. Da estrarre in 6 anni, durante i quali metteremmo a rischio miliardi di euro di PIL legato a pesca e turismo lungo la costa adriatica, la costa a più alta densità turistica d'Europa.
È questo, chiede Legambiente, il grande piano per garantire l’autosufficienza energetica del Paese? Per queste ridicole quantità si vuole mettere a repentaglio il giro d’affari di 17 miliardi di euro annui generato dal turismo nella sola regione Veneto, con la conseguente perdita di posti di lavoro?



“L'economia veneta "green" in questi anni ha viaggiato a vele spiegate ed è stata l'unico settore in controtendenza in questi decenni di crisi - commenta Luigi Lazzaro Presidente regionale di Legambiente - Agricoltura biologica, turismo, energie rinnovabili, risparmio energetico, ristrutturazione edilizia delle abitazioni sono comparti che hanno segnato un segno positivo stabile, e con investimenti comparabili a quelli che si dovrebbero mettere in campo per estrarre queste quattro gocce di petrolio. Che se ne fa Confindustria Veneto di un “delegato alla Green Economy” se non è in grado di valutare il peso di questi settori economici?"

“Dispiace che ci siano i soliti confidustriosauri a reagire scompostamente ad ogni ballon d'essai che si lancia in piena campagna elettorale, ma qualcuno dovrebbe spiegare loro che un investimento del genere non ha nulla a che vedere con i costi dell'energia delle aziende”.
Questi, infatti, sono tutt'altro che uguali: le aziende fortemente energivore pagano molto meno delle tedesche. Mentre le PMI, venete e non, pagano leggermente di più della media europea: ma in Italia solo per 5000 di queste i costi energetici superano il 3% dei costi aziendali. “La competitività – afferma Lazzaro - non è certo un problema di costi energetici. Se l'economia non tira, non è perché non abbiamo il petrolio”.

“Sono sconcertanti le dichiarazioni apparse in queste giorni sui maggiori quotidiani.  Da Confindustria a parte del mondo politico italiano, compreso il Ministro Guidi, che da Confindustria proviene, e si vede, le estrazioni off shore vengono dipinte come un’opportunità imperdibile. Ma si tratta solo dell’ennesimo tentativo di mantenere in vita un modello di sviluppo vecchio, anacronistico, utile solo creare ingenti guadagni per pochi a danno della collettività. Non bastano – chiede Lazzaro – rigassificatori, progetti di porti off shore e il gigantismo navale a perpetrare lo scempio dell’Alto Adriatico?”.

Una strategia insensata, secondo Legambiente, che non garantisce nessun futuro energetico per il nostro Paese ma che, al contrario, espone ad enormi rischi i territori costieri veneti e delle altre regioni affacciate sul Mar Adriatico: basti ricordare il devastante disastro ambientale causato dall’esplosione e dall’affondamento della piattaforma Deepwater Horizon, nel Golfo del Messico, di pochi anni fa, senza citare i numerosi incidenti di navi cisterna che hanno contaminato numerosi luoghi del nostro pianeta con effetti catastrofici per l’ambiente, gli animali, le popolazioni e l’economia dei paesi colpiti. Anche un piccolo sversamento, in un mare chiuso come l’Adriatico, sarebbe devastante per l’economia e gli ecosistemi italiani.  “E a fronte di questi rischi, Zuccato, Presidente di Confindustria Veneto, che dice? – chiede Lazzaro - Che le legittime preoccupazioni espresse dal mondo ambientalista, e non solo, sono basate sul populismo e sull’emotività che determinano scelte che non guardano al domani. A lui diciamo che basta saper leggere i dati per capire che la via delle estrazioni come modo per raggiungere la tanto sbandierata autosufficienza energetica è solo una clamorosa presa per i fondelli”.

“Ma per mettere a rischio il nostro territorio costiero – prosegue Lazzaro – non è necessario pensare a grandi disastri che annienterebbero, di fatto, il settore della pesca e il turismo sulle coste adriatiche. Per dire un secco NO a questa proposta basta pensare agli effetti dell’estrazioni sul fenomeno della subsidenza che, quando sollecitato da azioni antropiche, diviene molto più rapido rispetto alla subsidenza naturale, portando danni al patrimonio artistico-monumentale, perdita di efficienza delle infrastrutture idrauliche, erosione accelerata della linea di costa, aumento della propensione all’esondabilità, sia dei territori costieri che interni.”

Mentre i maggiori paesi europei puntano ad un modello di sviluppo basato su fonti di energia rinnovabili, il Governo italiano intende affrontare il semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione Europea portando con sé unaStrategia Energetica Nazionale basata su incentivi alle lobby dei combustibili fossili, sul carbone, sul petrolio e sulla volontà di dare avvio alle trivellazioni in tutta la penisola e in mare.

“E’ vergognoso il dibattito di questi giorni – insiste Lazzaro - che ripropone la consueta e insensata dicotomia fra tutela ambientale e sviluppo economico. È l’ennesima riprova che buona parte del mondo politico e imprenditoriale italiano non ha capito assolutamente nulla del concetto di “sviluppo sostenibile”. Ci batteremo con forza, a fianco dei Comuni, degli Enti e della Regione Veneto per convincere il Governo ad agire in sede europea contro questi scellerati progetti. Un plauso al Presidente Zaia che, speriamo, saprà resistere alle sirene della parte meno avveduta del comparto industriale italiano ed al quale chiediamo di far esprimere ufficialmente tutta la sua giunta regionale”.



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