lunedì 15 dicembre 2014

Nuovo direttivo Delta del Po-Legambiente Adria

Si è svolta l'assemblea dei soci di Legambiente per l'elezione del nuovo direttivo e l'approvazione del bilancio 2014.
Nel giorno 11 del mese di Dicembre, anno 2014 si è eletto il nuovo direttivo di Legambiente circolo Delta del Po di Adria e Basso Polesine.
I nuovi rappresentanti del direttivo sono:

Il Presidente:    Ermes Bolzon (al centro in basso)
Vice Presidente:   Floriano Finotello ( in basso a destra)
Dirigente :  Maurizio Arzenton ( il primo in alto a sinistra)
Dirigente :  Leonardo Conte  (in alto a destra)
Dirigente :  Mario Griso ( in basso a sinistra )
Revisore dei conti:  Gabriele Andriotto (al centro in alto)

Le nuove tematiche e attività che si svolgeranno nel 2015 sono diverse, alcune sono il Rischio idrogeologico, il controllo del territorio, corso per cucina Vegana, Puliamo il Mondo, didattica ambientale per le scuole, informazione pubblica per il risparmio energetico con serate da programmare e altre.

Ricordiamo che le nuove tessere 2015 per i soci e per abbonarsi alla rivista La Nuova Ecologia sono disponibili.

Approfittiamo per ringraziare tutti coloro che ci hanno aiutati in questo anno e augurare Buone Feste di Natale.



sabato 6 dicembre 2014

Si rinnova il direttivo del circolo di Legambiente




Nuove elezioni del circolo di Legambiente Delta del Po e approvazione del bilancio 2014.
Tutti i soci del circolo possono partecipare.
La riunione si svolgerà Giovedì 11 Dicembre 2014, ore 21, nella sala della sede del circolo.
Via Marino Marin n28, Adria

Si eleggerà il nuovo direttivo, approvazione del bilancio e si parlerà delle attività del prossimo anno.
Ricordiamo che sono a disposizione le nuove tessere 2015.

Per chiarimenti cel 3288729114.
Il Presidente del circolo Delta del Po, Adria: Leonardo Conte

sabato 22 novembre 2014

Torretta di osservazione alle foci del Adige nel Comune di Rosolina.
La torretta è di metallo alta sui 25 metri. La costruzione serve per osservare e godere del panorama ed è collegata da una pista ciclabile che la raggiunge, oppure da una passeggiata in riva al mare da Rosolina mare.
I lavori sono in corso e sono stati finanziati dal GAL, per una somma di circa 600mila euro.

sabato 8 novembre 2014

ASSEMBLEA DEI CIRCOLI Di LEGAMBIENTE DEL VENETO a ROVIGO

I rappresentanti dei 36/37 circoli del Veneto si sono riuniti a Rovigo per parlare delle nuove tematiche del territorio.

-Ambientalismo e Politica-
-Proposte di campagne di coinvolgimento regionale-
-GAS e Sportelli Energia in Veneto-
-WeforGreen: laa coperativa solare Veneta. Proposte di collaborazione fundraising per i circoli-
CeAG: situazione /sintesi dei procedimenti penali in corso, ruolo dei circoli.


venerdì 26 settembre 2014

Comunicato stampa | Legambiente Veneto

Comunicato stampa | Legambiente Veneto
Roma, 25 settembre 2014                                                                            Comunicato stampa
 
Porto Tolle

Legambiente E WWF: “Ottima notizia rinuncia Enel a progetto carbone.
Ora investire nelle energie rinnovabili”
 
L’annuncio della comunicazione ai sindacati della rinuncia da parte di Enel al progetto di riconvertire la centrale di Porto Tolle a carbone è un’ottima notizia non solo per le associazioni ambientaliste, ma per i cittadini, gli agricoltori, gli imprenditori  veneti e romagnoli che hanno sempre visto il progetto come una minaccia per la salute, per l’ambiente e per le attività turistiche  e agricole. Ora attendiamo l’annuncio ufficiale da parte di Enel. Fin dall’annuncio del progetto, nel 2005, WWF e Legambiente hanno condotto una battaglia di idee, ma anche legale, atto dopo atto, contro la riconversione, coadiuvati da un gruppo di avvocati competenti e coraggiosi.  La posizione delle associazioni derivava dalla constatazione dei danni già prodotti dalla centrale precedente, a olio combustibile, e dall’assoluta contrarietà all’uso del carbone di fronte ai danni da prodotti al clima, alla salute e all’ambiente.

Ora le associazioni ambientaliste, apprezzando la rinuncia al progetto da parte di Enel, chiedono che l’investimento destinato al carbone del passato a Porto Tolle sia reindirizzato verso le fonti rinnovabili del futuro: in tal senso, progetti di rinnovabili e di efficienza energetica nell’area dell’ex centrale sarebbero perfettamente in grado di riassorbire i lavoratori della ex centrale a olio combustibile e di assicurare nuova occupazione.
Tra tutte le fonti fossili, il carbone rappresenta la peggiore fonte di emissioni di gas serra: le emissioni di CO2 provenienti dalla combustione del carbone arrivano a essere del 30% superiori a quelle del petrolio e del 70% superiori a quelle del gas naturale.
L’uso del carbone non è solo la principale minaccia per il clima del pianeta, ma anche una delle maggiori fonti d’inquinamento con impatti assai gravi sulla salute di persone, organismi viventi ed ecosistemi. Dai processi di combustione si liberano numerose sostanze tossiche, alcune bioaccumulabili, altre cancerogene, ecc. Tra tutti i combustibili fossili, sicuramente il carbone è quello che, bruciando, rilascia le maggiori quantità di inquinanti. Un’ampia letteratura scientifica dimostra come dalla combustione del carbone si liberino sostanze che impattano in modo pesante sulla salute delle persone provocando al contempo pesanti danni economici .

In tutto il mondo, non solo gli ambientalisti, ma anche Governi, agenzie internazionali, investitori stanno cercando di porre termine rapidamente all’uso del carbone, e anche i Paesi in via di rapido sviluppo come la Cina e l’India stanno diminuendo l’uso di questo combustibile ancora ampiamente disponibile, ma esiziale per clima, salute e ambiente. Legambiente e WWF si augurano che alla rinuncia di Enel segua la rinuncia a tutti i nuovi progetti di centrali a carbone in Italia e che si comincino a chiudere le centrali a carbone esistenti, vista oltretutto la overcapacity in Italia - la capacità di produrre energia elettrica è più del doppio del picco massimo di domanda mai raggiunto - e con la diminuzione della domanda, ormai le centrali, anche le più efficienti, lavorano a scartamento ridotto.
Attualmente in Italia sono in funzione 13 centrali a carbone, assai diverse per potenza installata e anche per la tecnologia impiegata. Questi impianti nel 2013 hanno coperto il 13,7% del fabbisogno elettrico complessivo ma hanno prodotto oltre 39 milioni di tonnellate di CO2 corrispondenti a più di 1/3 di tutte le emissioni del sistema elettrico nazionale.

Ufficio stampa Legambiente 06.86268353 -79
Ufficio stampa WWF Italia 02.83133233 – 06.84497215
 

PULIAMO IL MONDO

Per la giornata di Puliamo il Mondo il Circolo Delta del Pò è impegnato in tre situazioni diverse.

Portoviro- Dune Fossili -26/9/2014- in collaborazione ad altre associazioni del posto, ritrovo alla sala Eraclea ore 10, con le scuole del posto.

Oasi di Panarella- Papozze- 28/9/2014- in collaborazione con il WWF- ritrovo alle ore 9, in oasi.

Porto Tolle- Barricata-28/9/2014- in collaborazione con il Comune-ritrovo ore 9, Comune di Porto Tolle

Tutti sono invitati a partecipare, per la pulizia delle aree descritte.
Grazie

giovedì 25 settembre 2014

Rinuncia anticipata di Enel alla centrale a carbone nel Polesine


La notizia sarebbe accolta da molta gioia da parte di tutti, se non ci fosse stato l'incidente ai 4 lavoratori della COIMPO. I nostri cuori sono con i lavoratori.

La rinuncia da parte di Enel alla riconversione della centrale di Porto Tolle «è un'ottima notizia non solo per le associazioni ambientaliste, ma per i cittadini, gli agricoltori, gli imprenditori veneti e romagnoli che hanno sempre visto il progetto come una minaccia per la salute, per l'ambiente e per le attività turistiche e agricole». Lo sostiene Legambiente, ricordando di aver condotto insieme al Wwf «fin dall'annuncio del progetto, nel 2005, una battaglia di idee, ma anche legale, atto dopo atto, contro la riconversione, coadiuvati da un gruppo di avvocati competenti e coraggiosi».

Seguirà un comunicato da parte del Circolo Delta del Po di Legambiente.

giovedì 17 luglio 2014

La politica della pachamama

La politica della pachamama ( o Madre terra)
di Benjamin Dangl
Quando ebbi occasione di intervistare Evo Morales, una mattina di più di dieci anni fa, a Cochabamba, l’allora leader dei cocaleros e parlamentare dissidente stava bevendo succo d’arancia appena spremuto, ignorando i continui squilli del telefono fisso nell’ufficio del suo sindacato. Poche settimane prima del nostro incontro, un movimento nazionale aveva chiesto che le riserve di gas naturale della Bolivia fossero poste sotto controllo statale. Il pensiero di tutti andava al modo in cui della ricchezza del sottosuolo avrebbe potuto beneficiare la maggioranza povera.
(...) Morales voleva che le risorse naturali «rappresentassero uno strumento politico di liberazione e unità per l’America Latina». (...). «Noi, il popolo indigeno, dopo 500 anni di resistenza, stiamo riconquistando il potere. Tale conquista è orientata al recupero delle nostre ricchezze, delle nostre risorse naturali». Era il 2003. Due anni dopo, sarebbe diventato il primo presidente indigeno della Bolivia.
Passiamo velocemente al marzo di quest’anno. (...). Mi trovavo con Mama Nilda Rojas, dirigente del gruppo indigeno dissidente Conamaq, una confederazione di comunità aymara e quechua del Paese. Rojas, insieme ai suoi colleghi e alla sua famiglia, è stata osteggiata dal governo Morales anche per il suo attivismo contro le industrie estrattive. «I territori indigeni stanno resistendo», spiega, «perché “le vene aperte dell’America Latina” continuano a sanguinare a causa delle industrie estrattive».
Mentre Morales vedeva nella ricchezza del sottosuolo uno strumento di liberazione, Rojas accusava il presidente di sostenere le industrie estrattive senza preoccuparsi della devastazione dell’ambiente e della distruzione delle comunità rurali. Come potevano Morales e Rojas avere idee così diverse? Parte della risposta va individuata nel più ampio conflitto tra la politica estrattivista in molti Paesi guidati da governi di sinistra e la politica a favore della Pachamama e nel modo in cui i movimenti indigeni si sono opposti all’estrattivismo in difesa dei propri diritti, della propria terra e dell’ambiente.
Fin dall’inizio degli anni 2000, sono stati eletti in America Latina diversi presidenti di sinistra, sulla base di programmi che includevano l’uso della grande ricchezza rappresentata dalle risorse naturali della regione per finanziare programmi sociali, ampliare l’accesso all’assistenza sanitaria e all’educazione, ridistribuire la ricchezza, emancipare i lavoratori, combattere la povertà ed edificare la sovranità economica nazionale.
All’interno di questo processo di cambiamento, lo Stato ha assunto un ruolo maggiore nell’attività estrattiva al fine di beneficiare la società più in generale, anziché riempire semplicemente le tasche di pochi direttori generali di multinazionali, com’era avvenuto durante i governi neoliberisti. I costi ecologici e sociali dell’estrattivismo permangono, ma è cambiata la visione economica. «Le attività estrattive e l’esportazione di materie prime continuano come prima, ma giustificate ora da un discorso progressista», spiega l’ambientalista portoricano Carmelo Ruiz-Marrero.
Per quanto siano molti i cittadini che hanno beneficiato del maggiore coinvolgimento dello Stato nell’estrazione di queste risorse, l’estrattivismo continua a determinare l’espulsione delle comunità rurali, ad avvelenare le fonti d’acqua, a distruggere il suolo e a indebolire l’autonomia territoriale indigena. Come scrive la sociologa argentina Maristella Svampa, «la pratica e le politiche progressiste corrispondono in fin dei conti a un’idea convenzionale ed egemonica di sviluppo basata sulla concezione di un progresso infinito e di risorse naturali che si presumono inesauribili». Incoraggiata dal discorso progressista e dal mandato della sinistra latinoamericana, questa tendenza estrattivista ha prodotto risultati allarmanti in tutta la regione.
In Argentina, dopo la crisi del 2001-2002, le presidenze di Nestor e Cristina Kirchner hanno operato con successo per risanare l’economia, emancipare i lavoratori e applicare una politica economica progressista a sostegno della sovranità del Paese, dopo anni di provatizzazioni neoliberiste di servizi pubblici e imprese statali. I Kirchner hanno posto varie industrie sotto controllo statale e utilizzato nuove entrate governative per finanziare programmi sociali e ridurre il debito del Paese nei confronti dei finanziatori e delle imprese internazionali.
Come parte di questa svolta, lo Stato, nel 2012, ha ottenuto il controllo del 51% della compagnia di idrocarburi YPF, privatizzata negli anni ’90. L’anno scorso, tuttavia, la YPF ha firmato un accordo con la Chevron per ampliare l’estrazione di gas naturale nel Paese, che si svolgerà in territorio mapuche. E le comunità indigene coinvolte hanno occupato quattro impianti di perforazione dell’YPF. «Non si stanno solo appropriando della terra», ha spiegato Lautaro Nahuel, della Confederazione Mapuche di Neuquèn, all’Earth Island Journal. «(...). Anche il fiume Neuquén, che è quello da cui beviamo, sarà compromesso». (...).
Il presidente uruguayano José “Pepe” Mujica, salito recentemente alla ribalta internazionale per la legalizzazione della marijuana, dell’aborto e del matrimonio tra persone dello stesso sesso, e per la sua offerta di ricevere i detenuti rilasciati da Guantánamo, si sta orientando per un accordo con il gruppo minerario anglo-svizzero Zamin Ferrous per la realizzazione di una grande operazione mineraria a cielo aperto che implicherebbe l’estrazione di 18 milioni di tonnellate di ferro nel Paese nei prossimi 12-15 anni. Al di là dell’operazione in sé, il programma comprende la costruzione di condutture per il trasposto del minerale dall’interno alla costa atlantica. I critici hanno evidenziato che il progetto provocherebbe la devastazione della biodiversità della regione e l’espulsione dei contadini locali. Esiste attualmente un movimento nazionale attivo nell’organizzazione di un referendum per proibire le miniere a cielo aperto in Uruguay.
Per quanto l’ex presidente del Brasile Lula e la presidente attuale Dilma Rousseff, entrambi del Partito dei Lavoratori, abbiano contribuito alla crescita della classe media del Paese e avviato con successo programmi sociali diretti a eliminare la povertà e la fame, le loro amministrazioni hanno anche favorito un’economia estrattivista che non lascia spazio alle preoccupazioni dei piccoli coltivatori o a quelle per l’ambiente. Il Brasile possiede la maggiore industria mineraria della regione. Nel 2011, è stato estratto più del doppio della quantità di minerali di tutti gli altri Paesi sudamericani messi insieme, ed è il maggiore produttore mondiale di soia, una coltivazione Ogm che si espande rapidamente nel continente, con una miscela letale di pesticidi che stanno distruggendo il suolo, avvelenando le fonti d’acqua e cacciando dai campi i piccoli agricoltori.  
Il presidente ecuadoriano Rafael Correa ha difeso con forza l’ambiente, attraverso l’approvazione, nel 2008, di una Costituzione che ha riconosciuto la natura come soggetto di diritti e l’avvio, nel 2007, di un’iniziativa mirata a mantenere sottoterra il petrolio del Parco Yasuní. In cambio della mancata estrazione di petrolio in questa regione ricca di biodiversità, il progetto prevedeva la richiesta a donatori internazionali di contribuire con 3,6 miliardi di dollari (pari a metà del valore del petrolio) al Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite per piani di assistenza sanitaria e per iniziative nell’ambito dell’educazione e in altre aree. Lo scorso agosto, a fronte di donazioni di appena 13 milioni di dollari e di promesse di altri 116 milioni, Correa ha annunciato che l’iniziativa era fallita e che nel Parco Yasuní si sarebbe iniziato a estrarre petrolio. In un discorso televisivo, il presidente ha affermato: «Il mondo ha fallito».
Tuttavia, nel momento stesso in cui evidenziava il dovere delle nazioni più ricche di contribuire a risolvere la crisi climatica globale, all’interno del Paese Correa rafforzava l’industria mineraria e criminalizzava i movimenti indigeni in lotta contro le industrie estrattive nei loro territori. Sotto la sua amministrazione, numerosi dirigenti indigeni contrari all’attività mineraria, alle misure di privatizzazione dell’acqua e all’estrazione degli idrocarburi sono stati incarcerati. (...). 
In Bolivia, Evo Morales ha posto grande enfasi sul rispetto per la Pachamama, sulla lotta contro la crisi climatica mondiale e sul ricorso a filosofie indigene come il Buen Vivir. Il suo governo (...), grazie alla gestione statale dell’estrazione di risorse naturali, ha utilizzato tali entrate per aumenti salariali e programmi sociali relativi all’assistenza sanitaria, alle pensioni, all’educazione e allo sviluppo di infrastrutture. Il governo Morales e il suo partito, il Movimento al Socialismo, hanno già realizzato cambiamenti costituzionali e leggi di protezione ambientale, promosso l’emancipazione delle comunità indigene e trasformato in un diritto l’accesso ai servizi e alle risorse di base. Tuttavia, molti di questi cambiamenti vengono contraddetti dal modo in cui le politiche del Mas sono messe in pratica.
Il governo ha promosso un piano per la costruzione di una grande strada attraverso il Territorio indigeno e Parco nazionale Tipnis. Le proteste hanno dato impulso a un movimento a favore dei diritti indigeni e della protezione dell’ambiente. In risposta, il governo ha attuato, nel 2011, una brutale repressione delle famiglie che marciavano contro il progetto. Il bilancio della violenza governativa è stato di 70 feriti. Le vittime, le loro famiglie e i loro alleati stanno ancora chiedendo giustizia.
Recentemente, l’impegno del Mas a rispettare la Madre Terra e i diritti degli indigeni e dei piccoli agricoltori è stato contraddetto da un altro dei suoi programmi: la Legge sull’Attività Mineraria (...). Ho chiesto alla dirigente indigena del Conamaq Mama Nilda Rojas il suo punto di vista rispetto alla Legge Mineraria. «Il governo diceva che avrebbe governato “ascoltando la base” e che le leggi sarebbero venute “dal basso’”, ma non è stato così in questo caso», ha affermato. «La legge (…) viola la stessa Costituzione Politica dello Stato e criminalizza il diritto alla protesta: non potremo più realizzare blocchi stradali, non potremo più realizzare marce», ha spiegato. «Anche Evo Morales era uno di coloro che marciava e realizzava blocchi stradali. E allora come può toglierci questo diritto alla protesta?».
«Questo governo porta avanti un discorso politico falso a livello internazionale, difendendo la Madre Terra: si tratta realmente di una menzogna», ha spiegato Rojas. (...). 
Gran parte della sinistra latinoamericana rappresenta in molti aspetti un considerevole miglioramento rispetto ai predecessori neoliberisti, contribuendo a forgiare un incoraggiante percorso in direzione di alternative servite da ispirazione in tutto il mondo. (...). Considerando questa nuova direzione, c’è da sperare che la destra neoliberista non recuperi il potere e che Washington non sia più in grado di intervenire in un’America Latina sempre più indipendente.
Tuttavia, mentre la marcia verso il progresso prosegue in molti modi e gli anni delle elezioni vanno e vengono, i perdenti della nuova sinistra latinoamericana sono spesso gli stessi di prima: le comunità rurali e i movimenti indigeni che hanno contribuito a spianare il terreno per l’elezione di questi presidenti. Nel nome del progresso, della Madre Terra, del Buen Vivir e del Socialismo del XXI secolo, questi governi stanno contribuendo ad avvelenare i fiumi e la terra e ad espellere, incarcerare e uccidere gli attivisti in lotta contro l’estrattivismo. Un movimento di solidarietà che non consideri tale contraddizione può pregiudicare diversi movimenti di base che lottano per un mondo migliore.
Se mai avrà successo un modello alternativo che ponga realmente la qualità della vita e il rispetto per l’ambiente al di sopra dell’aumento del prodotto interno lordo e dell’espansione del consumismo, che ponga la sostenibilità al di sopra della dipendenza dall’estrazione di materie prime, che ponga i diritti dell’agricoltura su piccola scala e l’autonomia territoriale indigena al di sopra dell’attività mineraria e delle imprese produttrici di soia, il merito sarà probabilmente di questi movimenti di base. Se questo modello dovrà trasformare le più diffuse tendenze progressiste della regione, questi spazi di dissenso e dibattito nei movimenti indigeni, ecologici e contadini dovranno essere rispettati e amplificati, non schiacciati e messi a tacere.
«Stiamo in piedi, in lotta contro l’estrattivismo», ha affermato Rojas. «La Madre Terra è ormai stanca».

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giovedì 12 giugno 2014

STOP CORRUZIONE VENETA


Manifesto contro la corruzione, per i beni comuni e la democrazia
MANIFESTO
CONTRO LA CORRUZIONE, PER I BENI COMUNI E LA DEMOCRAZIA

La corruzione è un sistema che crea ingiustizia, dilapida risorse pubbliche e devasta l’ambiente.
Il sistema della corruzione ha prodotto alcune scelte – in primis le grandi opere – inutili per la collettività e utili a distribuire risorse tra il ristretto giro dei soliti noti.
E’ ora di voltare pagina.
Dall’indignazione occorre passare alla consapevolezza e alla richiesta di scelte precise.
A partire dagli enti locali e dalla Regione devono essere presi netti provvedimenti perché i luoghi delle decisioni sui beni comuni divengano effettivamente case di vetro e che i cittadini possano partecipare alle scelte.
Solo dalla concretezza delle scelte – e non certo dalla retorica dei proclami, che arrivano sempre dopo – misureremo la reale volontà di questa classe politica di disarmare le cricche, le logge e i clan che in questi lunghi anni hanno privatizzato le scelte politiche.

  • Piena implementazione delle misure di prevenzione e repressione della corruzione contenute nella legge 190/2012 e nei decreti attuativi, al fine di rafforzare i meccanismi di imparzialità degli amministratori e dei dirigenti eliminando situazioni di conflitto di interesse e predisponendo norme – come quelle previste dalla Carta di Pisa (più stringenti di quelle previste dall’attuale normativa) – sull’inconferibilità e l’incompatibilità di incarichi, escludendo dai vertici politici ed amministrativi soggetti condannati per reati contro la PA e per reati satellite (finanziari, ambientali e urbanistici) anche se con sentenza non ancora passata in giudicato ed anche se il reato viene dichiarato prescritto, dando piena pubblicità nei siti web istituzionali alle procedure di verifica delle situazioni di inconferibilità, incompatibilità e di conflitto di interessi.
  • Revoca della concessione e scioglimento del Consorzio Venezia Nuova.
  • Introduzione nella contrattazione integrativa Regioni – Autonomie locali di norme concrete a tutela dei dipendenti che segnalano episodi sospetti di malaffare.
  • Assoluta esclusione delle procedure straordinarie per quanto riguarda le grandi opere pubbliche (con il ricorso alle ordinanze di protezione civile, come nel caso del Passante o della Pedemontana Veneta), e seria limitazione per lavori in «somma urgenza» (art. 147, D.P.R. n. 554/1999) che in questi anni, in particolare per quanto riguarda le opere fluviali hanno generato costi senza controllo. Parliamo di procedure che, come denunciato dalla Corte dei Conti, hanno provocato una «mutazione – per così dire “genetica” – delle ordinanze di protezione civile [...], provocando una marginalizzazione dei procedimenti di affidamento normativamente previsti [codice dei contratti] e l’esclusione degli organi di controllo come la Corte dei Conti o l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici». Ricordiamo anche, a questo proposito, che l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici nel 2009 sottolineava: «Si rappresenta il timore che il sistematico ricorso a provvedimenti di natura emergenziale, celando l’assenza di adeguate strategie di intervento per la soluzione radicale del problema, si risolva in una sistematica ed allarmante disapplicazione delle norme del codice degli appalti».
  • Moratoria a livello regionale delle opere in project financing finché non verranno rivisti totalmente i meccanismi intrinseci che si sono rivelati criminogeni, tra cui il sistema di finanziamento e verificata l’utilità pubblica.
  • Predisposizione di strumenti sensati di programmazione nei settori più delicati [cave, energia, paesaggio, rifiuti speciali...] che contengano gli indirizzi, gli obiettivi strategici, le indicazioni concrete, gli strumenti disponibili, i riferimenti legislativi e normativi, le opportunità finanziarie, i vincoli, gli obblighi e i diritti per i soggetti economici operatori di settore e per i cittadini. È indispensabile che il Consiglio Regionale affronti questa questione in modo chiaro e trasparente, definisca le priorità infrastrutturali, la pianificazione territoriale in accordo con le amministrazioni locali regionali e le parti sociali, selezionando i bisogni reali. Con moratoria del rilascio dei titoli autorizzatori nei settori più esposti al rischio di corruzione (cave, impianti di energia, rifiuti speciali) sino all’approvazione degli strumenti di pianificazione.
  • Revisione delle norme in materia urbanistica che prevedono pratiche di urbanistica contrattata nel governo del territorio, introducendo meccanismi di ampia informazione e partecipazione pubblica, nonché di attenta verifica della proporzionalità del “do ut des” tra soggetto privato e pubblica amministrazione (come indicato nelle conclusioni della Commissione ministeriale sulla prevenzione della corruzione, ma ad oggi non attuato) e contestuale snellimento delle procedure di pianificazione.
  • Disboscamento della giungla di società partecipate della Regione che hanno avuto un ruolo rilevante, da quello che apprendiamo dai risultati dell’inchiesta in corso, come «bancomat» – senza controlli pubblici ma utilizzando denaro di tutti noi – delle società «cartiere» coinvolte.
  • Avvio delle procedure di partecipazione del pubblico vincolanti, incisive e reali sui destini territoriali, a partire dall’introduzione degli istituti di inchiesta pubblica e dibattito pubblico nelle procedure di approvazione delle grandi opere e degli strumenti di urbanistica contrattata (secondo il modello già indicato della Commissione ministeriale sulla prevenzione della corruzione, ad oggi inattuato).
  • Rendere obbligatori nella procedura decisionale pubblici confronti tra esperti di diverso orientamento sulla efficacia, sostenibilità e opportunità delle opere in programma.
  • Realizzazione di una valutazione economica d’impatto che consideri oltre ai costi e ai benefici monetari diretti anche i costi e i benefici sociali, che derivano come conseguenza dalla realizzazione dell’opera nei confronti dell’ambiente e della collettività.
  • Stroncare la lievitazione dei costi con l’attivazione di precisi strumenti di controllo e trasparenza.
  • Scioglimento della Commissione regionale Via e della Commissione regionale Vas, revisione della legge regionale istitutiva della Via anche alla luce della nuova direttiva UE, assicurando adeguate garanzie di indipendenza dei commissari dalle maggioranze politiche e dai soggetti privati o pubblici proponenti l’opera o competenti per l’approvazione della stessa.
  • Istituire accordi e protocolli d’intesa, in particolare da parte della Regione, con le forze di polizia per avviare collaborazioni e potenziarne l’operatività.
  • Istituire anagrafe patrimoniale dei soggetti del vertice politico e amministrativo di Regione e Comuni capoluogo.


La casa a energia quasi zero.


Come ben saprete con la direttiva europea 2010/31/UE e con essa il Dl. 63/2013 dal 31 dicembre 2018, le strutture occupate o di proprietà di pubbliche amministrazioni, comprese le scuole,  dovranno essere ad “Energia Quasi Zero” ovvero rispondenti a precisi canoni costruttivi all’avanguardia, rispondenti alla direttiva europea 2012/27/UE.
Dal 1 gennaio 2021 anche tutti i nuovi edifici privati dovranno essere "edifici ad energia quasi zero".
Per capire meglio di cosa si tratta diciamo che una abitazione "a norma" realizzata oggi, nel 2014, ha un consumo, sulla carta, di 90 kwh/mq anno. La stessa abitazione, ad "energia quasi zero" realizzata nel 2021, ha un consumo inferiore ai 15 kwh/ mq anno, ossia 6 (sei) volte meno.
E' come dire che se compro un'auto oggi fa 15 km con un litro di carburante. La stessa auto, acquistata tra 7 anni, farà 90 km con un litro!!!
Se nel mondo dell'auto simili prestazioni sono soltanto nel mondo dei sogni e dei proclami pubblicitari, nel campo dell'edilizia residenziale, invece si possono già oggi vedere e toccare con mano edifici realizzati secondo questi standard.
Ed uno di questi è vicino a casa nostra (a dire il vero sono due, perchè si tratta di una bifamiliare). Si trova a Porto Viro (Rovigo), in via Matteotti. E' stato realizzato da una cordata di imprese locali: Zennaro Legnami, Costruzioni Edilferro e Tumiatti Impianti, ed è un edificio cosidetto passivo, ossia un edificio che ha una bassissima necessità di energia ed offre un livello di confort molto elevato, conforme allo strandard PHI Italia (Passiv House Institute Italia, l'ente che studia e certifica il raggiungimento degli standard imposti dalla committenza).
Questo progetto, di cui ne hanno parlato anche i giornali locali, è estremamente interessante perchè realizzato da imprese locali con maestranze locali, è certificato per funzionare bene nel nostro clima caldo afoso d'estate, non troppo freddo ed umido d'inverno, è monitorato anche dall'Università di Padova ed ha ottenuto dei finanziamenti europei per essere sviluppato.
C'è la possibilità di visitare questo edificio, probabilmente venerdì 27 giugno alle ore 17.00 (data da confermare). Magari dopo ci può stare anche una pizza in compagnia...
Sarebbe inoltre interessante che affrontassimo assieme l'argomento per andare in cantiere abbastanza preparati.

Anche se non siamo direttamente interessati a costruirci una nuova casa nell'immediato, possiamo fare un piccolo balzo nel futuro e raccontarlo ad amici e parenti, che magari un giorno ci ringrazieranno per avergli messo una pulce nell'orecchio. E magari ci ringrazierà anche l'ambiente.
Ermes Bolzon - Circolo Legambiente Delta del Po- Adria



venerdì 6 giugno 2014

Anche fuori dalla terra è ambiente.

L’universo come scenario della rivelazione divina.
Le implicazioni spirituali della fisica quantistica
DOC-2623. QUITO-ADISTA. Se aveva ragione Tommaso d’Aquino ad affermare che l’errore sulle cose del mondo può portare all’errore sulle cose di Dio, un’adeguata comprensione della natura dell’universo si rivela essenziale per giungere a una più corretta immagine divina. In questo risiede la straordinaria importanza del libro Quantum Theology del religioso irlandese Diarmuid O’Murchu (v. Adista Documenti n. 39/13), vera pietra miliare nel cammino di riflessione teologica più aperto alle nuove acquisizioni scientifiche (quel percorso in ascolto del nuovo racconto sacro trasmesso dalla scienza a cui possono essere ricondotti a vario titolo, e con diversi gradi di coinvolgimento, teologi come Thomas Berry, Leonardo Boff, Frei Betto, Matthew Fox, Roger Haight, John Haught, Elizabeth Johnson, Sallie McFague, José María Vigil, per citare solo alcuni dei nomi che hanno trovato maggiormente spazio su Adista: tra i numerosissimi interventi ospitati sulla materia, v. Adista Documenti nn. 26/09, 29/10, 30/12 e 5/13). Pubblicato già nel 1997 e ristampato, in una nuova edizione rivista e aggiornata, nel 2004 (con il sottotitolo The Spiritual Implications of the New Physics), il libro di O’Murchu è uscito ora anche in spagnolo (Teología cuántica. Implicaciones espirituales de la nueva física), edito da Abya Yala, Quito, nella collana Tiempo axial (http://tiempoaxial.org), la quale, presentando l’opera, pone l’accento su quello che appare come il principale merito dell’autore: quello di aver mostrato come la fisica quantistica trasformi radicalmente la visione dei nostri antenati, rompendo «le regole della logica tradizionale incontrovertibile con cui abbiamo sempre funzionato e ancora funzioniamo» e obbligandoci a riformulare tutte le nostre categorie, «che ora non hanno più senso e non rispondono alle conoscenze attuali». Si tratta di una rivoluzione scientifica che «comporta ed esige» il superamento dei vecchi paradigmi e «la creazione di un racconto interamente nuovo», di cui la fisica quantistica appare «il simbolo più emblematico»: una visione della realtà «talmente attraente per la teologia che – secondo le parole di Sallie McFague citate proprio in apertura del libro – saremmo ottusi se non ne approfittassimo». La visione, spiega O’Murchu, di un universo in cui il tutto è più grande della somma delle sue parti (e, «misteriosamente», il tutto è contenuto in ogni parte), un universo vivo i cui elementi, anziché stabili, isolati e indipendenti gli uni dagli altri come nel modello meccanicistico newtoniano, sono tutti collegati e interrelazionati, di modo che «non sono le specie individuali che evolvono, ma tutti i sistemi viventi connessi in maniera interdipendente, nel seno di una totalità coerente». Una realtà che non è più retta da una rigida relazione di causa ed effetto, in cui tutto può essere quantificato, misurato e verificato oggettivamente, ma che è sempre più grande della nostra capacità di coglierla: «In un universo quantistico - scrive O’Murchu - nulla è prevedibile, ed è aberrante l’idea che la vita sia in qualche modo determinata». 
È su questa visione che poggia la teologia quantistica di O’Murchu, decisa a demolire ogni dualismo, «nella convinzione che la vita è fondamentalmente una, che non c’è un fuori e un dentro», che l’energia divina che rende possibili tutte le cose e le mantiene in essere è dentro e non fuori dal cosmo, operando «come una vibrazione dal finale aperto», piena di sorprese e imprevedibile (come evidenzia la teologia processuale, «nello stesso dispiegarsi dell’universo, Dio anche si dispiega. La creatività di Dio si manifesta o si rivela primariamente nel processo della creazione stessa»). E in contrasto con la teologia tradizionale, che, nel tentativo di definire la natura divina, ha molte volte prodotto un’idea di Dio spesso costruita «a immagine e somiglianza dell’essere umano», la teologia quantistica rinuncia a confinare il potere divino entro categorie religiose, ritenendo che «tutte le storie delle religioni particolari appartengono a una storia più grande che include, ma allo stesso tempo trascende, le tradizioni religiose di qualunque epoca storica o culturale».
Quanto a noi umani, non siamo, afferma il religioso irlandese, «i padroni del mondo» e neppure «la specie definitiva», ma apparteniamo a un processo più grande che ci supera, che si dispiega ininterrottamente e che «può continuare ad esistere senza di noi». Poiché l’energia dell’amore, che non conosce limiti, «genera sempre forme di vita superiori e più complesse», «dal calvario dell’homo sapiens» emergerebbe con ogni probabilità un essere umano nuovo, con doti intellettuali, psichiche e spirituali più consone alla nuova era evolutiva: «Non sarebbe la prima volta nella storia dell’universo – esclama O’ Murchu – che la morte desse luogo alla resurrezione!». 
In ogni caso, se la nostra tendenza a considerare il cosmo come un oggetto da conquistare e controllare ci ha alienato «non solo dal cosmo, ma anche da noi stessi come creature relazionali», allora «l’unica e più urgente sfida del nostro tempo è abbandonare il nostro atteggiamento ostile e arrogante nei confronti dell’universo e della Terra e imparare ad essere amici della vita universale», e, in particolare, amici della Terra, non più vista come una massa di materia inerte e morta, ma come un organismo vivente, Gaia, un sistema che si auto-crea, si auto-regola e si auto-rigenera: come «soggetti in relazione con altri soggetti», conclude O’Murchu, siamo invitati, insieme a tutte le altre creature ad assolvere il nostro compito co-creativo nel progetto divino per il mondo, nella certezza che la vita sia «inevitabilmente destinata al trionfo ultimo del bene e non alla catastrofe definitiva prevista dalla seconda legge della termodinamica».
Di seguito, in una nostra traduzione dallo spagnolo, alcuni stralci tratti dal settimo e dall’ottavo capitolo (il libro di O’Murchu può essere richiesto a: ventas@abyayala.org, oppure acquistato in internet sul sito www.abyayala.org). (claudia fanti) 

Adista Società Cooperativa a Responsabilità Limitata - via Acciaioli 7, 00186 Roma - P.I. 02139891002 - Iscrizione ROC N. 6977


TANGENTOPOLI IN LAGUNA: VACILLA IL «SISTEMA» VENETO


Comunicato stampa | Tangentopoli in Laguna

Legambiente Veneto
Venezia, 4 giugno 2014                                                         Comunicato Stampa


                                                                


Un «sapiente» governo delle risorse che non scontenta nessuno e che si svolge al riparo dalla concorrenza e dalla trasparenza.
 
I caratteri distintivi di questo sistema già denunciati dall’Osservatorio Ambiente e Legalità di Venezia

Ecco a voi il Sistema. Non abbiamo letto le carte dell'inchiesta. Sappiamo che tutti gli inquisiti, compresi gli arrestati, sono innocenti fino a prova contraria.Ma possiamo lo stesso descrivere alcuni degli elementi costitutivi di questo Sistema e pure fornire qualche indicazione per uscirne. Maghi? No, semplicemente insieme a nutrite minoranze di questi territori in questi anni abbiamo studiato, analizzato, denunciato e descritto quello che stava succedendo. Un Sistema, ecco cos'era. Alimentato da soldi pubblici per opere dall'utilità incerta e dal certo, e immenso, impatto ambientale.
Un «sapiente» governo delle risorse che non scontenta nessuno e che si svolge al riparo dalla concorrenza e dalla trasparenza. E così sono sopravvissuti – procedura speciale dopo procedura speciale – pezzi importanti dell'imprenditoria veneta e le loro proiezioni politiche.
Una regolazione sistematica delle opere pubbliche che ha dato vita a circuiti chiusi dell'economia locale, accessibili esclusivamente da parte di alcune imprese in possesso dei requisiti economici e del capitale sociale necessario. In un'intervista di un paio di anni fa rilasciata a un giornale locale, un imprenditore veneziano dichiarava che sarebbe stato disposto a corrompere qualcuno pur di salvare l'impresa in difficoltà ma che non sapeva a chi rivolgersi visto che i circuiti corruttivi rimanevano ermeticamente chiusi e accessibili solo a una élite imprenditoriale. Si tratta di un meccanismo di «compattamento delle reti a fronte della crescente incertezza dei mercati». Un compattamento nel quale è difficile «discernere l'attività di malaffare» e in cui si riduce la qualità, ma non la consistenza, del capitale sociale in circolazione. Ma il problema non si ferma certo alle porte della laguna. Ad osservare sistematicamente quello che accade, e che emerge, in tutta la regione – ed è quello che ha fatto in questi due anni di attività l'Osservatorio  Ambiente e Legalità di Legambiente Veneto, non a caso voluto ed avviato proprio a Venezia – emergono alcuni caratteri distintivi di questo sistema:
  • L’opacità del sistema burocratico e decisionale – specie nel settore ambientale, urbanistico-edilizio e delle opere pubbliche – che ha permesso dapprima la realizzazione di grandi speculazioni edilizie e in seguito l’instaurarsi di una costante “contrattazione” tra soggetto pubblico e privato non sempre avvenuta all’insegna della legalità e dell’interesse pubblico. In questo contesto il sistema corruttivo, coinvolgendo diversi livelli di comando, assume un ruolo chiave, poiché funziona come dispositivo in grado oliare gli ingranaggi del sistema pubblico e di allentare la sorveglianza delle istituzioni aggirando il sistema di regole, percepito non come istanza a tutela ma come ostacolo al libero dispiegarsi dell’attività economica. Questa sorta di “modello Veneto” è caratterizzato da una spiccata nebulosità, in particolare per quanto riguarda i percorsi di approvazione e costruzione delle grandi opere pubbliche e private, e presenta alcuni tratti distintivi come ad esempio l’ampio ricorso all’istituto del project financing nei meccanismi di appalto e di finanziamento o ancora la frequente applicazione di procedure in deroga alla legislazione vigente, volte ad accelerare i tempi di approvazione e realizzazione dei progetti ma spesso adottate invocando impropriamente lo stato d’emergenza (com’è avvenuto per la Superstrada Pedemontana Veneta e per il Passante di Mestre) o del concessionario unico come a Venezia grazie alla legge speciale per cui i lavori del Mose vengono affidati, senza gare d'appalto, alle ditte legate al Consorzio Venezia Nuova.
  • Attorno ai meccanismi finanziari ed ai dispositivi di legge che li regolano, emerge poi una concentrazione abnorme e anomala di poteri nell’apparato amministrativo-burocratico regionale, che ha generato talvolta palesi situazioni di conflitto di interessi e di compatibilità di incarichi, portando parallelamente alla subordinazione di organi di alta consulenza tecnico-scientifica al potere politico, come abbiamo documentato nel caso della commissione VIA regionale, infarcita di politici e di professionisti interessati alle stesse opere che avrebbero dovuto analizzare.
  • Un carente ricorso agli strumenti di informazione e partecipazione, con il risultato di incrementare il senso di impotenza, il distacco e il grado di sfiducia dei cittadini nei confronti dei partiti e della Pubblica Amministrazione.
Così, in presenza di una legalità debole e di poteri molto forti, sembra essere progressivamente venuta meno la tutela di un interesse collettivo superiore: i meccanismi corruttivi influenzano le politiche pubbliche e le scelte infrastrutturali al punto che «in caso di opzioni alternative, come nel caso del Passante, si è sempre optato per la scelta più impattante dal punto di vista ambientale e a più alto costo e margini di remunerazione più alti» con sperpero di territori e risorse pubbliche a fini privati, a scapito di un sistema che garantisca trasparenza e presenza di una pluralità di attori, incidendo quindi sulla salubrità di aziende che investono in sviluppo, e a detrimento dell’ambiente e di uno sviluppo locale diffuso e equilibrato.
L’asservimento della funzione pubblica agli interessi del privato corruttore ha portato allo spreco di risorse già di per sé scarse e al deturpamento permanente del territorio.
“A fronte di interessi privati forti c’è bisogno di misure chiare – dichiara Luigi Lazzaro - e se questo è il contesto ci sono molti fronti su cui si può intervenire, a cominciare dalle procedure di pianificazione e appalto per renderle meno aggredibili da pratiche corruttive, contrastando pratiche decisionali poco trasparenti, che allungano l’iter e producono incertezza”. “Legambiente e l’Osservatorio Ambiente e Legalità – prosegue Lazzaro - ha da tempo elaborato e presentato pubblicamente il documentoSi scrive lotta alla corruzione si legge democrazia e difesa dei beni comuni che contiene posizioni e proposte concrete per contrastare la corruzione e fermare i crimini contro l’ambiente”. Di seguito rilanciamo i punti principali:
1) Piena implementazione delle misure di prevenzione e repressione della corruzione nella contenute nella legge 190/2012, al fine di rafforzare i meccanismi di imparzialità degli amministratori eliminando situazioni di conflitto di interesse e predisponendo norme sull’inconferibilità e l’incompatibilità di incarichi.

2) Buone opere, basta con le grandi opere. Le società interessate hanno sempre nuove grandi opere in cassetto da proporre al sistema. Le grandi opere sono tutte prioritarie ed indispensabili? La contraddizione scoppiata tra Valdastico Nord e Valsugana è il paradigma di questa confusione infrastrutturale. E’ possibile che alla nostra Regione serva qualche grande opera in meno e al suo posto un migliaio di piccole buone opere che favoriscano invece la competizione e la risoluzione dei tanti punti critici della mobilità di merci e persone. Occorre una moratoria su tutte le opere in project financing finché non verrà rivisto il sistema di finanziamento e verificata l'utilità pubblica. 

3) Chiudere con la stagione dell'emergenza e delle procedure straordinarie nella conduzione delle opere pubbliche [Pedemonata Veneta, Valsugana, Tav in primis]. Procedure che, come denunciato dalla Corte dei Conti, hanno provocato una «mutazione – per così dire “genetica” - delle ordinanze di protezione civile [...], provocando una marginalizzazione dei procedimenti di affidamento normativamente previsti [codice dei contratti] e l’esclusione degli organi di controllo come la Corte dei Conti o l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici». Ricordiamo anche, a questo proposito, che l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici nel 2009 sottolineava: «Si rappresenta il timore che il sistematico ricorso a provvedimenti di natura emergenziale, celando l’assenza di adeguate strategie di intervento per la soluzione radicale del problema, si risolva in una sistematica ed allarmante disapplicazione delle norme del codice degli appalti».

4) Predisporre strumenti sensati di programmazione [cave, energia, paesaggio, rifiuti speciali...].che contengano gli indirizzi, gli obiettivi strategici, le indicazioni concrete, gli strumenti disponibili, i riferimenti legislativi e normativi, le opportunità finanziarie, i vincoli, gli obblighi e i diritti per i soggetti economici operatori di settore, per i cittadini. Sarebbe indispensabile che il Consiglio Regionale affronti  questa questione in modo chiaro e trasparente, definisca le priorità infrastrutturali, la pianificazione territoriale in accordo con le amministrazioni locali regionali e le parti sociali, selezioni i bisogni reali.

5) Non solo strade. Il ritardo infrastrutturale della nostra Regione, rispetto alle altre regioni italiane e europee, è necessario sia colmato. L’attenzione della politica regionale non può essere unicamente rivolta alle strade a pagamento. Occorre investire in maniera decisa sulla ferrovia (potenziamento della rete, apertura nuove linee ferroviarie, avvio di società regionali opportunamente finanziate, sostegno logistico al trasporto cargo, deciso sviluppo della intermodalità): una scelta che darà meno occasioni di affari ai soliti noti, ma riduce il consumo di territorio per nuove strade e migliora le condizioni di vivibilità delle persone.

6) Stroncare la lievitazione dei costi con l'attivazione di precisi strumenti di controllo di controllo e trasparenza. Uno studio dalla banca Intesa San Paolo del 2008 ci dice che in Spagna un chilometro di autostrada costa 14,6 milioni di euro mentre in Italia costa 32 milioni di euro. Dispiacerà ad Impregilo o Mantovani, ma risparmieremo tutti noi.

7) Avviare procedure di partecipazione vincolanti, incisive e reali sui destini territoriali. A fronte di una crescente domanda di giustizia, di partecipazione e di inclusione è necessario investire da un lato nella formazione di tecnici competenti e nella promozione della cultura della legalità e della responsabilità, e dall’altro lato individuare processi decisionali più inclusivi, implementando processi di attivazione sociale.
8) Disboscare la giungla di società partecipate della Regione che hanno avuto un ruolo rilevante, da quello che apprendiamo dai risultati dell'inchiesta in corso, come «bancomat» - senza controlli pubblici ma utilizzando denaro di tutti noi - delle società «cartiere» coinvolte nell'inchiesta

La corruzione può sembrare infatti, agli occhi di alcuni, un “reato pulito” e senza vittime; ma essa si fonda sul presupposto e sulla convinzione che ciò che è degli altri, ciò che è pubblico, possa essere privatizzato per favorire interessi particolari. «Se pensiamo che la società non esista […] ma esistano solo individui in competizione, la corruzione non danneggia nessuno: si tratta di una semplice transazione per cui entrambi i contraenti ne traggono beneficio – scrive Gianni Belloni, coordinatore dell’Osservatorio Ambiente e Legalità – Se pensiamo alla società – e all’ambiente – come un sistema complesso di cui tutti siamo parte scopriamo che la corruzione è un reato sporco – anzi, uno “sporco reato” che genera ingiustizia. La corruzione risulta onnipresente quando si tratta di predare le risorse e i beni comuni. La corruzione pilota le decisioni riguardo alle risorse pubbliche verso la privatizzazione e il saccheggio: una delle prime vittime della corruzione è proprio l’ambiente». 
Luigi Lazzaro, presidente Legambiente Veneto
Gianni Belloni, coordinatore Osservatorio Ambiente e Legalità - Venezia  Osservatorio Ambiente e Legalità Venezia è un progetto di Legambiente Veneto sostenuto da Assessorato all’ambiente e città sostenibile del Comune di Venezia (delibera n°644/2011)
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domenica 1 giugno 2014

Legambiente Veneto su estrazioni in Adriatico


Rovigo, 23 maggio 2014                                                              Comunicato Stampa

Folli le prese di posizione pro-trivellazioni
Il Governo fermi in sede europea la scellerata politica di sfruttamento croata
Legambiente Veneto: “il Ministro dello Sviluppo Economico e Confindustria vogliono svendere il futuro della costa adriatica per un pugno di taniche”
"Bene  Zaia, ma ora tutta la giunta Regionale resista alle spinte della parte più miope e retriva dell'industria veneta e si esprima ufficialmente"

22 milioni di tonnellate di petrolio sarebbero custodite sotto il mare italiano secondo le stime. Cioè 1/3 dei 63 milioni di barili consumati dall’Italia nel 2013. Quindi petrolio sotto il mare per 4 mesi. Da estrarre in 6 anni, durante i quali metteremmo a rischio miliardi di euro di PIL legato a pesca e turismo lungo la costa adriatica, la costa a più alta densità turistica d'Europa.
È questo, chiede Legambiente, il grande piano per garantire l’autosufficienza energetica del Paese? Per queste ridicole quantità si vuole mettere a repentaglio il giro d’affari di 17 miliardi di euro annui generato dal turismo nella sola regione Veneto, con la conseguente perdita di posti di lavoro?



“L'economia veneta "green" in questi anni ha viaggiato a vele spiegate ed è stata l'unico settore in controtendenza in questi decenni di crisi - commenta Luigi Lazzaro Presidente regionale di Legambiente - Agricoltura biologica, turismo, energie rinnovabili, risparmio energetico, ristrutturazione edilizia delle abitazioni sono comparti che hanno segnato un segno positivo stabile, e con investimenti comparabili a quelli che si dovrebbero mettere in campo per estrarre queste quattro gocce di petrolio. Che se ne fa Confindustria Veneto di un “delegato alla Green Economy” se non è in grado di valutare il peso di questi settori economici?"

“Dispiace che ci siano i soliti confidustriosauri a reagire scompostamente ad ogni ballon d'essai che si lancia in piena campagna elettorale, ma qualcuno dovrebbe spiegare loro che un investimento del genere non ha nulla a che vedere con i costi dell'energia delle aziende”.
Questi, infatti, sono tutt'altro che uguali: le aziende fortemente energivore pagano molto meno delle tedesche. Mentre le PMI, venete e non, pagano leggermente di più della media europea: ma in Italia solo per 5000 di queste i costi energetici superano il 3% dei costi aziendali. “La competitività – afferma Lazzaro - non è certo un problema di costi energetici. Se l'economia non tira, non è perché non abbiamo il petrolio”.

“Sono sconcertanti le dichiarazioni apparse in queste giorni sui maggiori quotidiani.  Da Confindustria a parte del mondo politico italiano, compreso il Ministro Guidi, che da Confindustria proviene, e si vede, le estrazioni off shore vengono dipinte come un’opportunità imperdibile. Ma si tratta solo dell’ennesimo tentativo di mantenere in vita un modello di sviluppo vecchio, anacronistico, utile solo creare ingenti guadagni per pochi a danno della collettività. Non bastano – chiede Lazzaro – rigassificatori, progetti di porti off shore e il gigantismo navale a perpetrare lo scempio dell’Alto Adriatico?”.

Una strategia insensata, secondo Legambiente, che non garantisce nessun futuro energetico per il nostro Paese ma che, al contrario, espone ad enormi rischi i territori costieri veneti e delle altre regioni affacciate sul Mar Adriatico: basti ricordare il devastante disastro ambientale causato dall’esplosione e dall’affondamento della piattaforma Deepwater Horizon, nel Golfo del Messico, di pochi anni fa, senza citare i numerosi incidenti di navi cisterna che hanno contaminato numerosi luoghi del nostro pianeta con effetti catastrofici per l’ambiente, gli animali, le popolazioni e l’economia dei paesi colpiti. Anche un piccolo sversamento, in un mare chiuso come l’Adriatico, sarebbe devastante per l’economia e gli ecosistemi italiani.  “E a fronte di questi rischi, Zuccato, Presidente di Confindustria Veneto, che dice? – chiede Lazzaro - Che le legittime preoccupazioni espresse dal mondo ambientalista, e non solo, sono basate sul populismo e sull’emotività che determinano scelte che non guardano al domani. A lui diciamo che basta saper leggere i dati per capire che la via delle estrazioni come modo per raggiungere la tanto sbandierata autosufficienza energetica è solo una clamorosa presa per i fondelli”.

“Ma per mettere a rischio il nostro territorio costiero – prosegue Lazzaro – non è necessario pensare a grandi disastri che annienterebbero, di fatto, il settore della pesca e il turismo sulle coste adriatiche. Per dire un secco NO a questa proposta basta pensare agli effetti dell’estrazioni sul fenomeno della subsidenza che, quando sollecitato da azioni antropiche, diviene molto più rapido rispetto alla subsidenza naturale, portando danni al patrimonio artistico-monumentale, perdita di efficienza delle infrastrutture idrauliche, erosione accelerata della linea di costa, aumento della propensione all’esondabilità, sia dei territori costieri che interni.”

Mentre i maggiori paesi europei puntano ad un modello di sviluppo basato su fonti di energia rinnovabili, il Governo italiano intende affrontare il semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione Europea portando con sé unaStrategia Energetica Nazionale basata su incentivi alle lobby dei combustibili fossili, sul carbone, sul petrolio e sulla volontà di dare avvio alle trivellazioni in tutta la penisola e in mare.

“E’ vergognoso il dibattito di questi giorni – insiste Lazzaro - che ripropone la consueta e insensata dicotomia fra tutela ambientale e sviluppo economico. È l’ennesima riprova che buona parte del mondo politico e imprenditoriale italiano non ha capito assolutamente nulla del concetto di “sviluppo sostenibile”. Ci batteremo con forza, a fianco dei Comuni, degli Enti e della Regione Veneto per convincere il Governo ad agire in sede europea contro questi scellerati progetti. Un plauso al Presidente Zaia che, speriamo, saprà resistere alle sirene della parte meno avveduta del comparto industriale italiano ed al quale chiediamo di far esprimere ufficialmente tutta la sua giunta regionale”.



Ufficio Stampa
Legambiente Volontariato Veneto
Corso del Popolo, 276
45100 - Rovigo
Tel: 0425 27520 - Fax: 0425 28072

venerdì 30 maggio 2014

DISPERSIONE DEI RIFIUTI IN NATURA-Pescatori campeggiatori

Questo è quello che troviamo nelle golene dove si pesca nel Po. Legambiente Delta del Po


Pescatori campeggiatori sul Delta del Po. Il fenomeno è sempre più devastante.

Basta fare una passeggiata per le rive dei nostri fiumi e ci accorgiamo senza fatica della  grande quantità di sacchetti di plastica pieni di rifiuti, la causa e dei soliti incivili? Non solo loro, si è aggiunto un fenomeno nuovo, anche se dura da alcuni anni: i pescatori campeggiatori dell'est. Anche se l’intento era di nasconderli fra la vegetazione i sacchetti di rifiuti dei campeggiatori-pescatori sono abbandonati come mai. Ne apriamo qualcuno e troviamo prodotti stranieri, di marche difficili da pronunciare e da leggere, provenienti da paesi dell’est europeo. Queste discariche si trovano nei pressi dei luoghi più ambiti alla pesca, fra boschetti e isolette del Po, ma anche il Collettore Padano e tutti i fiumi dove si pesca il siluro.
Non si tratta più di un fenomeno sporadico come 4/5 anni addietro, oramai sono  centinaia di accampamenti diffusi su tutto il Delta, ogni giorno, comprese le zone del parco e anche d'inverno. I pescatori locali denunciano il depauperamento della fauna, ma anche l'impossibilità di lavorare, perché viene a mancare il pesce. Molti metodi di pesca sono fuori legge, fra cui le scariche elettriche, reti abusive e in questo modo non può salvarsi nulla. Personalmente vedo molti campeggi, ne ho visto uno con 7 tende e vari auto e furgoni, coprivano 200 metri e ho pensato a una gara di pesca.
In questo caso ci troviamo ad Adria sul Collettore Padano in zona Piantamelon. La scena è sempre la stessa, un furgone con cassone di carico parcheggiato sopra l’argine, 3 tende in riva al fiume, canotti, e una grande quantità di attrezzatura, immondizie sparse, recipienti e tanto altro. Naturalmente l’argine è scavato con il badile per costruire gli scalini, facilitando salita e discesa, specie quando piove, così se viene una piena trova subito una breccia per erodere la sponda. A poche decine di metri, troviamo il boschetto diradato, 4 alberi troncati dalle motoseghe e anche molti rami di altri alberi ancora vivi, forse i bastoni servono per la pesca abusiva, infatti, i canotti che hanno questi "pescatori": servono per mettere le multi lenze da una sponda all’altra del fiume e le fissano con dei paletti ricavati da alberi. Le canne da pesca sono posizionate solo per bellezza. In quel boschetto diradato c’è una vera discarica di materiali che sono rifiuti di tutti i generi, molto spesso prodotti stranieri dell’Europa dell'est. In poco tempo mi rendo conto di 5 reati gravi che di solito si sanzionano: dispersione dei rifiuti in natura, pesca abusiva, scavo abusivo dell'argine, taglio di alberi a scopo di pesca, campeggio abusivo, almeno nei territori del Parco del Delta.
Che fare?, Ho fotografato tutto e poi ho chiamato la Polizia, la Polizia mi da il numero della Polizia Provinciale che impossibilitata ad intervenire, rimanda al mattino. Stiamo cercando di capire chi può intervenire e abbiamo parlato con la Forestale, con i Carabinieri e i Vigili Urbani del territorio e anche la Guardia di Finanza e naturalmente con le autorità politiche della zona. Purtroppo i regolamenti e gli strumenti non sono a vantaggio delle autorità, manca un regolamento moderno e chiaro. Forse bisognerebbe partire dai permessi di pesca temporanei e dalle licenze di pesca. Un permesso di una settimana di pesca, che viene rilasciato all'Ufficio Provinciale caccia e pesca, costa molto poco, credo 10/15 euro. Ma cosa costa alla comunità risolvere i problemi dell'immondizia dispersa in natura e della desertificazione ittica? Quanto costa alle spiagge raccogliere i rifiuti e portarli in discarica?
La scorsa stagione, molto piovosa, sul litorale di Iesolo si sono spesi 3 milioni di euro per smaltire i rifiuti della piena dei fiumi. 
Circolo Legambiente Delta del Po